Secondo la Suprema Corte, un medico che chiede somme di denaro per il rilascio di certificati di malattia viola la legge penale. Non importa la cifra né il tono: è istigazione alla corruzione. Nessuna tolleranza per chi, da una posizione di fiducia, pretende compensi non dovuti per atti gratuiti.
La legalità nella relazione medico-paziente: una questione di etica e giustizia
In un momento storico in cui la fiducia nelle istituzioni sanitarie è più importante che mai, la giurisprudenza torna a tracciare una linea netta: nessuno può chiedere denaro per prestazioni già coperte dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
Tra queste, rientrano i certificati medici per l’astensione dal lavoro, necessari a tutelare i diritti dei lavoratori malati o infortunati. Tali documenti sono un diritto del cittadino e non possono mai diventare oggetto di scambio economico.
Quando il gesto è reato: cosa prevede la legge
La Corte di Cassazione ha recentemente ribadito un principio fondamentale: chiedere un compenso per un atto dovuto, come il rilascio di un certificato medico di malattia, integra il reato di istigazione alla corruzione (art. 322, comma 3, del codice penale).
La gravità non sta tanto nell’importo richiesto, quanto nella violazione del rapporto di fiducia e nel tentativo di ottenere un indebito vantaggio. Anche una richiesta “simbolica”, formulata con tono amichevole o tra le righe, non cancella la natura illecita del comportamento.
Perché non si può parlare di “tenuità del fatto”
La legge prevede in alcuni casi la non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.), ma questa esimente non si applica quando:
- la condotta mostra una reiterazione o abitudine;
- c’è una violazione dei doveri d’ufficio;
- si sfrutta la posizione di fiducia o dipendenza del cittadino.
Nel caso specifico, la Corte ha ritenuto che anche poche richieste a più pazienti configurano una tendenza comportamentale incompatibile con la tenuità.
Il cittadino ha diritto alla gratuità dei certificati
I certificati per malattia rientrano nelle prestazioni comprese nei livelli essenziali di assistenza (LEA). Questo significa che sono già retribuiti dal SSN e non prevedono alcun onere per il paziente.
Chiedere un pagamento aggiuntivo, in contanti o con qualsiasi altra forma di compenso, oltre a essere illegale, genera confusione, disagio e senso di colpa nei cittadini, in particolare nei più vulnerabili.
Chi è in posizione di autorità ha il dovere di proteggere, non approfittare
Non tutti i pazienti conoscono in dettaglio i loro diritti. Alcuni si fidano ciecamente del proprio medico, altri provano disagio a mettere in discussione una richiesta, anche quando avvertono che non sia giusta.
Ed è proprio qui che il comportamento scorretto diventa ancora più grave: approfittare della buona fede, della fiducia o della mancanza di informazioni di una persona che si trova in una posizione fragile, è moralmente e legalmente inaccettabile.
L’etica professionale impone che chi riveste un ruolo pubblico – come quello di medico convenzionato con il SSN – mantenga una condotta trasparente, rispettosa e orientata al bene del cittadino, soprattutto in un contesto così delicato come la salute.
Il punto di vista di Sespera.it
Come portale dedicato alla salute, all’assistenza e ai diritti delle persone fragili, speriamo che questa sentenza serva da monito: la fiducia tra medico e paziente va custodita con responsabilità.
Ogni abuso, anche piccolo, mina questo rapporto e crea un clima di sfiducia difficile da ricostruire. Chiedere denaro per un atto gratuito, già coperto dallo Stato, non è solo un reato, è un tradimento del proprio ruolo.
Sespera.it continuerà a sostenere una sanità pubblica trasparente, accessibile, e giusta per tutti. Invitiamo i lettori a informarsi, a non accettare mai richieste improprie e a denunciare situazioni anomale alle autorità competenti.
“Chi ricopre un ruolo di fiducia – come un medico o qualsiasi altro professionista pubblico – ha il dovere morale di tutelare e proteggere chi si affida a lui. Approfittare del bisogno o della scarsa consapevolezza dei propri diritti non è solo sbagliato: è profondamente ingiusto. Il rispetto nasce dall’equilibrio tra responsabilità e umanità. La dignità del cittadino non si compra e non si chiede in cambio di ciò che gli spetta.”
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