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Pensionato lavora per 4 giorni all’Adunata degli Alpini: l’INPS gli chiede 29.000 euro di pensione indietro

Un uomo anziano con il cappello alpino mentre spilla birra sorridendo, sullo sfondo una folla festosa. In sovrimpressione una scritta d’impatto: “Per 180€, l’INPS gli toglie 29.000€”

Il caso paradossale di un 66enne friulano che per 180 euro netti si ritrova a dover restituire un anno di pensione

 

 Nel maggio 2023, durante l’Adunata nazionale degli Alpini a Udine, un ex dipendente di una birreria, oggi 66enne, ha accettato di dare una mano per quattro giorni dietro al bancone, spillando birre. Il suo compenso? 180 euro netti. Ma a distanza di pochi mesi, il gesto si è trasformato in un incubo: l’INPS gli ha notificato una richiesta di restituzione pari a 29.000 euro, cioè l’intera annualità della sua pensione.

 

 

Perché l’INPS gli ha chiesto i soldi indietro

 

L’uomo era andato in pensione anticipata nel 2021 usufruendo della misura Quota 100, che permette l’uscita dal lavoro a 62 anni con almeno 38 anni di contributi. Tuttavia, questa pensione non consente di svolgere alcuna attività lavorativa retribuita, se non nella forma di lavoro autonomo occasionale entro il limite massimo di 5.000 euro lordi annui.

Il pensionato sostiene di essersi informato prima di accettare l’incarico e di aver ricevuto rassicurazioni verbali da un funzionario dell’INPS, ma nessuna conferma scritta.

 

 

Cosa dice la normativa su Quota 100

 

Secondo il Decreto Legge 4/2019, chi percepisce la pensione anticipata con Quota 100 non può cumulare redditi da lavoro dipendente con l’assegno previdenziale, pena la decadenza del diritto per l’anno in cui si verifica l’infrazione. Unica eccezione: prestazioni di lavoro autonomo occasionale, sempre entro i 5.000 euro lordi all’anno.

Poiché il pensionato ha firmato un contratto a chiamata, tecnicamente assimilato al lavoro subordinato, anche se l’intenzione era puramente di collaborazione, l’INPS ha applicato la sanzione prevista dalla legge.

 

 

La decisione del Tribunale e il piano di rientro

 

La vicenda è finita in tribunale, precisamente al Tribunale del Lavoro di Udine, che ha confermato la legittimità della richiesta dell’INPS. Il giudice ha però concesso al pensionato una dilazione del pagamento: l’importo sarà trattenuto in rate mensili di 430 euro, invece dei 650 euro inizialmente previsti.

In totale, l’uomo impiegherà circa 5 anni per restituire l’intero importo.

 

 

La posizione dell’INPS

 

L’INPS, per bocca di Anna Pontassuglia, responsabile URP dell’ufficio provinciale, ha chiarito che:

“L’istituto deve applicare pedissequamente la normativa. È ammesso solo il lavoro autonomo occasionale, comunque entro i 5.000 euro annui”.

La rigidità dell’ente, secondo molti esperti, punta a evitare abusi, ma solleva interrogativi sull’equità della sanzione in casi così lievi.

 

 

Il pensionato: “Avrei lavorato anche gratis”

 

Il protagonista della vicenda ha dichiarato che avrebbe offerto il suo aiuto anche gratuitamente, solo per spirito di solidarietà. Il contratto a chiamata, da lui accettato, era motivato unicamente dalla necessità di avere copertura assicurativa in caso di infortunio durante l’evento.

Oggi valuta la possibilità di fare ricorso in appello, anche alla luce di altri casi simili accaduti in Italia negli ultimi anni.

 

 

Cosa imparare da questa storia

 

Questo caso rappresenta un chiaro esempio di quanto sia importante conoscere a fondo le normative legate alla pensione. Un gesto di buona volontà o una piccola collaborazione, se non compatibile con le regole dell’INPS, può trasformarsi in un boomerang legale ed economico devastante.

Per evitare problemi simili:

  • Prima di accettare qualsiasi incarico, verificare con un patronato o un consulente previdenziale.
  • Richiedere risposte scritte, mai solo verbali.
  • Evitare qualsiasi contratto che possa rientrare nel lavoro dipendente.

 

 

Il caso del pensionato friulano è emblematico: per soli 180 euro guadagnati in 4 giorni, rischia di perdere un anno di pensione. Una situazione paradossale che solleva interrogativi sull’equità delle sanzioni INPS e sull’urgenza di semplificare la comunicazione tra cittadini ed enti previdenziali.

 

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